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Qual è la vocazione di Senigallia? L’architetto Abbo Romani parla di passato, presente e futuro

SENIGALLIA – Nel pomeriggio, a San Rocco, l’architetto Margherita Abbo Romani ha tenuto una interessante lezione sull’urbanistica del centro storico di Senigallia dal titolo: “NEL PAESAGGIO E NELLA STORIA DI UNA SOCIETÀ È SCRITTO IL SUO DESTINO”. Ne riportiamo i punti salienti.

“L’architettura o i manufatti – ha tra l’altro affermato – si insediano in un contesto ben caratterizzato, soprattutto se si tratta di un centro storico al quale sono indissolubilmente legati e  con i quali vengono percepiti e vissuti.

“L’architettura non è trasferibile a piacere da Bilbao a Senigallia o da Londra a Marzocca. La conservazione del Patrimonio Europeo (e della sua immagine storica) dev’essere considerata come principale obiettivo della pianificazione urbana e territoriale”.

Secondo l’architetto Abbo Romani “la città storica, entro le Mura antiche, è un unico monumento”. Quattrocento e più anni di Fiera hanno impresso nel Dna della città la passione per il mercato, l’attitudine all’esporre e vendere. La vitalità della città era fondata intorno al fiume Misa, sul quale attraccavano navi e barche di fronte alla quinta vanvitelliana dei Portici Ercolani, che dovevano rispecchiarsi anche nell’altro lato del fiume, creando un sontuoso e scenografico ingresso per chi veniva dal mare.

Ma il terremoto dell’ottobre del 1930 segnò la fine di un’epoca e di un’immagine. “Dopo il 1930 – ha affermato l’architetto Margherita Abbo Romani – si costruì fuori dalle mura, lasciando in abbandono i luoghi simbolo e tutte le piazze divennero parcheggi. Solo negli ultimi decenni il restauro del cuore di Senigallia ha riconsegnato ad ogni edificio monumentale e piazza la propria identità, ristabilendo il rispetto tra passato e presente”.

Sulle rive del nostro mare color giada, tra due corsi d’acqua che la cingevano come un’isola, secoli fa si insediò una comunità preromana e poi Sena Gallica. Il terreno era di sabbia, limo e argilla. Secoli dopo, i Duchi Della Rovere vi crearono la loro “città ideale” rinascimentale a forma di stella.

Nelle antiche mappe precedenti al Ducato, le mura non si estendevano al di là del fiume Misa, verso nord, mentre la fortezza di Guidubaldo II Della Rovere proteggeva anche il Rione Porto che era la zona legata al lavoro del mare, del fiume e del porto. L’acqua era una strada, una via di trasporto e di comunicazione, il mare non era sfondo o cornice, ma sostanza, fonte di vita e di guadagno. Senigallia non aveva una flotta e noti naviganti, ma la sua storia economica ed urbanistica racconta come divenne un mercato mediterraneo tra il 1400 e il 1869, una Fiera Franca importante come la famosa Fiera della Sensa di Venezia.

Il Rione Porto era stato per più di due secoli la vera zona della Fiera, perché si svolgeva dal porto alle sponde del lungofiume, si vendeva direttamente dalle imbarcazioni, si scaricava e si custodiva la merce nei Magazzini del Levante, disposti perpendicolarmente al fiume, per muovere più facilmente le mercanzie.

Ed i nomi delle strade del Rione Porto ricordano ancora oggi quelli delle Colonie veneziane d’Oriente: Cattaro, Corfù, Rodi e ci suggeriscono la provenienza dei mercanti.

Fino alla metà del 1700, la zona residenziale era difesa dal tratto di muraglione costruito da Sigismondo Pandolfo Malatesta parallelamente al fiume, facente parte della fortificazione del ‘400, e ancora esiste, contro il quale sono addossati i Portici Ercolani. Fu Papa Benedetto XIV che, nel periodo di maggiore successo della Fiera Franca della Maddalena, ebbe una visione pianificatoria urbana che mutò l’immagine architettonica da borgo fortificato rinascimentale a città – mercato.

Il disegno della città diventa la proiezione della Fiera sul suolo (1746-1870). Uno degli interventi del 1747 è la costruzione dei Portici Ercolani lungo il Fiume Misa e il collegamento da Porta Ancona a Porta Fano attraverso un nuovo ponte e con l’abbattimento di un asse di magazzini.

Nel corso dell’interessante incontro di oggi pomeriggio l’architetto Margherita Abbo Romani ha anche ricordato che “la “breccia di Porta Pia” a Roma il 20 settembre 1870, segnò la fine del Potere Pontificio, papa Pio IX divenne esule in Vaticano e l’urbanistica di Senigallia rimase immobile fino al terremoto del 1930 che decapitò gli ultimi piani dei palazzi edificati tra il ‘700 e l’800. Il Piano urbanistico del 1746, non si inserisce nel tessuto architettonico preesistente, ma crea uno spazio nuovo e un’ampliazione delle Mura.

L’ampliamento del Porto, i ponti girevoli sul fiume navigabile, le nuove Porte della città, chiese, scuole, servizi sociali come l’Opera Pia, la Casa delle Orfanelle, il Ginnasio, fontane e lavatoi, il Teatro, la Ferrovia, il grande Sagrato (piazza sacra) del Duomo e tutt’intorno i più bei palazzi della città, i Portici, logge dei mercanti, di cui ogni arcata era lo spazio d’esposizione con magazzino e mezzanino annessi. Infine, a conclusione dell’asse dei Portici Ercolani, il Foro Annonario con la bella piazza ovata racchiusa in un abbraccio dai due emicicli colonnati e al centro il tempio neoclassico dedicato al mare: la Pescheria, che nel progetto di Pietro Ghinelli era ornata in facciata da un timpano con Nettuno al centro e due delfini ai lati, ma purtroppo questi bassorilievi non furono mai messi.

Secondo l’architetto Abbo Romani “la rigenerazione del complesso urbano del Foro Annonario dal 1990 in poi, inizia con il restauro filologico del neoclassico edificio del Mercato progettato da Pietro Ghinelli sugli spalti del Fortino Roveresco a difesa del mare”.

Pietro Ghinelli (1759-1834) ideò il primo Foro Annonario, che in seguito venne ampliato dal nipote Vincenzo Ghinelli (1792-1871) e divenne, più che un edificio, un complesso urbano. Vincenzo Ghinelli costruì un primo piano sopra gli emicicli, i grottini con pozzi di neve a servizio della Pescheria a piano terra e, sopra ad essi, uno stanzone di collegamento con i due emicicli che doveva essere utilizzato come gendarmeria durante i moti risorgimentali. Sul terreno verso la Rocca Roveresca edificò un padiglione e cortile adibito a Macelli pubblici a servizio delle ‘beccherie’ già esistenti nei due emicicli a piano terra. Sul lato del Foro verso il fiume Misa edificò i Magazzini generali con la Dogana.

Poi l’architetto si è volutamente soffermato sul restauro della città storica. “Con le direttive del Piano Particolareggiato del Centro Storico di Senigallia progettato dall’urbanista di fama internazionale Pier Luigi Cervellati, nel 2009 – ha detto -, all’interno delle Mura, quindi nel borgo antico, lo spazio divenne percorribile a piedi o in bici, rispettando le strette strade selciate (senza marciapiedi) che non erano state create per auto, bus e parcheggi. Il borgo divenne così un unico monumento antico armonioso restituito ai senigalliesi. Un progetto finalizzato al consolidamento delle radici semantiche dell’ambiente, teso a rispettare il carattere, i colori, lo spirito di Senigallia, quindi teso a restituire la scena urbana”.

“L’Amministrazione comunale – ha poi fatto presente l’architetto senigalliese – mi chiese una consulenza per l’arredo urbano di via Carducci e consigliai di togliere l’immagine di strada, ma di darle un aspetto di piazzetta mettendo delle belle panche di pietra bianca, come il materiale della Porta Lambertina, rispettando i tradizionali materiali con cui era stata costruita Senigallia nei secoli, prima dell’avvento del cemento armato. La monumentale Porta Lambertina dedicata a Papa Benedetto XIV avrebbe avuto un altro fascino se le Mura fossero state ricucite ad essa, ridonando a questo Arco la sua nobile destinazione di “Ingresso alla città” con significato sacro di Soglia (tra l’ordine e il caos, tra il luogo sicuro e il fuori pericoloso).

La “strada granda” (via Carducci) resa pedonale ha subito acquisito l’immagine di un gradevole spazio dove poter sostare seduti ad un caffè, al riparo dal vento, oppure sulle panche di pietra bianca con un cono gelato, osservando il fondale scenografico della Porta Lambertina.

Ed oggi via Carducci non è più quella desolata strada in abbandono, è stata riqualifica e animata da deliziosi bar e ristorantini, ristabilendo il rapporto tra gli abitanti e il luogo sicuro.

Un riferimento, ovviamente, anche alla trasformazione di Piazza Garibaldi. “L’asse dei Portici Ercolani, addossato al tratto di Mura superstite della fortezza costruita da Sigismondo Pandolfo Malatesta a difesa di Senigallia dalle incursioni provenienti dal mare e dalla paura della peste, unisce la città rinascimentale alla città costruita tra il 1746 e il 1870, voluta dallo Stato Pontificio. Un brano di città con strade più ampie, palazzi con finestre soleggiate, sale interne affrescate, atrii con scaloni di marmo, la Cattedrale dedicata a San Pietro ed un grande sagrato, l’attuale Piazza Garibaldi, come il sagrato delle città italiane di quell’epoca, rettangolari, segno di una visione urbanistica scenografica e immaginata per accogliere molti fedeli, come a Roma in Vaticano.

“Dalla metà del ‘700, questa grande piazza è il Sagrato ( spazio sacro) della Cattedrale di San Pietro a Senigallia, quindi lo spazio dedicato ai riti religiosi della cultura Cristiana Cattolica.

“La pavimentazione, fino al 2016 è stata di terra e ghiaia per un totale parcheggio e un mercato del giovedì. Poi è stata lastricata con pietre usate da secoli a Senigallia. Date le grandi dimensioni della piazza, la decorazione, creata come un tappeto simbolico tra San Rocco (del ‘700) e la Cattedrale (dell’’800) indica l’epoca in cui fu iniziata e terminata l’opera. I ragazzi che ci giocano sopra tutti i giorni non percepiscono minimamente i simboli ma solo il pavimento bello, liscio per correre”.

“Senigallia è una città sul mare attraversata da un fiume, per quattro secoli fu una fiorente città-mercato, con l’esaurirsi della Fiera Franca , la sua vocazione all’accoglienza trasformò la città nella “Spiaggia di Velluto” e il suo centro storico rigenerato con la pedonalizzazione e il restauro dell’architettura del ‘700 -‘800 in sicure piazze in cui sostare, incontrarsi, ballare, ascoltare musica in vacanza”, ha concluso l’architetto Margherita Abbo Romani.

 

 

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